Cosa sono i Bisogni Educativi Speciali (BES)?

“Quando a scuola la maestra dice è bravo ma non si applica…”

Falsi teoremi e nuove strade per aiutare chi al più non ha niente da farsi perdonare

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Luca tutte le mattine dice che non vuole andare a scuola, fa la 1° elementare, è sempre l’ultimo a finire i compiti, tanto “io sono stupido” racconta e vorrebbe tanto non essere così incapace…

Sofia frequenta la 2°, non riesce a stare ferma, si agita sul banco, le cascano le penne e quando scrive non si capisce nulla perché ha una difficoltà nello scrivere, quello che tecnicamente viene definita abilità grafo-motoria, così solo se scrive in stampatello maiuscolo riesce a far capire agli altri quello che ha scritto…

Negli ultimi anni molte leggi si sono occupate delle difficoltà dei bambini a scuola, come la  legge 104 che tutela il diritto allo studio dei bambini con handicap o le ultime normative in materia di “disturbi specifici dell’apprendimento”.

In realtà ci sono un gran numero di situazioni che non rientrano in queste categorie.

Nessuno dei due casi sopra descritti, quello di Luca o Sofia, ha una diagnosi precisa e le maestre faticano di fronte a queste difficoltà, possono essere già considerati disturbi di apprendimento?

Data l’età, Luca ha 6 anni e mezzo, Sofia ne ha 7, è ancora presto per dirlo. Secondo gli ultimi studi sono difficoltà che potrebbero evolvere in un disturbo specifico come potrebbe esserci un livello variabile di miglioramento da bambino a bambino. Come si può aiutare dunque questi bambini che evidenziano per varie cause, difficoltà scolastiche? Cosa possono in concreto fare i genitori di fronte ad un rendimento giudicato dai propri insegnanti “non soddisfacente”, “svogliato”, “non all’altezza”?

2La norma che regola i BES – “Bisogni Educativi Speciali” accoglie un importante orientamento già riconosciuto nei paesi dell’Unione Europea in merito all’inclusione scolastica.

Introduce il principio che “ogni bambino può avere un ritmo e modalità differenti di apprendimento, caratteristiche individuali, psicologiche e fisiologiche, anche transitorie, che necessitano di essere prese in considerazione nel percorso didattico. Pure il contesto sociale nel quale il bambino vive o proviene può comportare dalla scuola una adeguata risposta” (Dir. 27/12/2012).

Per questo motivo oggi si parla sempre più di personalizzazione della didattica. La norma sopra citata sui BES consente agli insegnanti in maniera autonoma di organizzare e programmare la didattica, misurandola in considerazione delle difficoltà del bambino anche con l’uso di strumenti compensativi e dispensativi. Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) potrà includere pertanto “progettazioni didattico-educative calibrate sui livelli minimi attesi per le competenze in uscita”.

Il MIUR fornisce al riguardo le linee guida per i bambini che vengano a trovarsi in una condizione di ritardo o difficoltà di apprendimento legata in particolare ai seguenti settori:

  • area del linguaggio
  • area non-verbale (ad es. disturbo di coordinazione motoria, disprassia)
  • area della socializzazione
  • area del controllo attentivo e/o dell’attività (ad es. ADHD)
  • area delle competenze cognitive non ottimali (funzionamento cognitivo limite)

E nei casi di svantaggio socio-economico o culturale.

Cosa vuol dire tutto ciò in concreto? Se Luca non riesce a finire i compiti, se Sofia può solo scriverli con il carattere maiuscolo, entrambi grazie al PDP, potranno per esempio avvalersi del sostegno della maestra che li aiuterà a terminarli oppure avere il dettato da copiare accanto a loro o ancora, la maestra potrà rallentare la sua velocità per permettere a tutti di rimanere al passo oppure ancora, potranno vedersi assegnare i temuti “compiti a casa” scelti e adattati secondo le loro specifiche esigenze: insomma strategie concrete di sostegno per il bambino.

Se genitori e insegnanti saranno quindi in grado di: riconoscere in tempo le difficoltà e attuare specifiche strategie (BES), il bambino verrà aiutato a gestire in modo meno frustrante le difficoltà che incontra evitando così l’instaurarsi di un disagio emotivo che possa portarlo anche al rifiuto della scuola. Gli ultimi studi infatti hanno messo in evidenza che i bambini con difficoltà di apprendimento sperimentano in modo significativamente maggiore dei coetanei un’elevata ansia scolastica che interferisce sia con l’approccio allo studio che con il processo di apprendimento producendo sentimenti di insicurezza, svalutazione e sfiducia nelle proprie capacità.

Quindi con il Piano Educativo Personalizzato il bambino che si trova in difficoltà in alcune delle aree sopra descritte potrà essere aiutato in maniera concreta e specifica; non si parlerà più di un bambino “bravo, intelligente ma che non si applica…”!

  1. maria pilla left a comment on 21 Luglio 2017 at 17:42

    i centri sono pochi, poco conosciuti, poca informazione.

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