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La DisgrafiaLeggi⌄

La scrittura è un processo cognitivo specifico di estrema complessità neurologica che coinvolge innumerevoli meccanismi cerebrali. L’elaborazione dello scritto è l’integrazione sequenziale di abilità motorie, linguistiche, visuo-percettive, attentive ed emotive.
La cattiva scrittura, per quanto riguarda la qualità dell’atto grafico, costituisce un serio impedimento per il bambino sia a scuola che nella società. Quando la cattiva qualità è tale da supporre un disturbo neuropsicologico sottostante viene utilizzato il termine “disgrafia” : dalla radice graf derivano molte parole composte, come grafein, che significa scrivere. Anteponendo la preposizione dis– nella quale è intrinseco il significato di “sventura, difetto”, si ottiene la parola disgrafia, “lo scrivere male o in modo qualitativamente povero”.
La disgrafia quindi è un disturbo specifico della scrittura caratterizzato dalla difficoltà nella riproduzione grafica di segni alfabetici e numerici in presenza di un quoziente intellettivo nella norma ed in assenza di deficit sensoriali in grado di spiegare il problema.
La difficoltà di riprodurre graficamente lettere, numeri ed anche semplici disegni si manifesta con atteggiamenti tipici quali una frequente alternazione del ritmo di scrittura, il disgrafico scrive con velocità eccessiva o con estrema lentezza. La pressione della mano sul foglio non è adeguatamente regolata, talvolta è troppo forte, talvolta troppo debole, poiché è spesso presente una paratonia, cioè un’alterazione in eccesso o in difetto del tono muscolare. Il disgrafico scrive in modo irregolare, la sua mano scorre con fatica sul piano di scrittura e l’impugnatura del mezzo è spesso scorretta. Anche la posizione del corpo è spesso inadeguata: il gomito non è appoggiato sul tavolo, il busto è eccessivamente inclinato. Sono frequenti le inversioni nella direzionalità del gesto che si evidenziano sia nell’esecuzione dei singoli grafemi sia nella scrittura autonoma, che a volte procede da destra verso sinistra.
La capacità di utilizzare lo spazio a disposizione è, solitamente, molto ridotta; il bambino non possiede adeguati riferimenti per orientarsi, non rispetta i margini del foglio, lascia spazi irregolari tra i grafemi e tra le parole , la linea di scrittura procede in salita o in discesa rispetto al rigo. Si evidenzia uno scarso rispetto delle dimensioni delle lettere; esse vengono riprodotte o troppo piccole o troppo grandi e, frequentemente, in modo irregolare alternando micro dimensioni a macrodimensioni. Il gesto non è fluido, c’è una legatura inadeguata tra le lettere.
La copia di parole e di frasi è scorretta e sono ricorrenti le inversioni del gesto e degli errori dovuti a scarsa coordinazione oculo-manuale; c’è la difficoltà, nei disgrafici, di seguire con lo sguardo il proprio gesto grafico. La copia della lavagna risulta ancora più complessa in quanto il bambino deve portare avanti più compiti contemporaneamente: distinzione della parola dallo sfondo, spostamento dello sguardo dalla lavagna al foglio, riproduzione dei grafemi.

Il Disturbo visuo-spazialeLeggi⌄

I disturbi visuo-spaziali sono molto diffusi tra gli alunni, anche se ancora non sono stati classificati come disturbi specifici a causa della complessa interpretazione della loro natura.
I processi di elaborazione delle informazioni visive e spaziali sono alla base dei processi di percezione visiva, di organizzazione spaziale, di manipolazione e di integrazione delle informazioni visuo-motorie.
Le difficoltà visuo-spaziali sono strettamente correlate alle abilità motorie, quali la coordinazione oculo-manuale, nella pianificazione di azioni complesse, nella motricità fine (con conseguenti abilità grafiche) e nelle abilità di orientamento e adattamento in situazioni nuove.
Le capacità visuo-spaziali sono implicate tanto nei processi di adattamento all’ambiente quanto in quelli di apprendimento scolastico.
Un bambino con difficoltà visuo-spaziali riscontra difficoltà nella matematica (sbaglia ad allineare i numeri in colonna, commette errori di lettura dei segni matematici); nelle abilità grafiche (lentezza esecutiva, grandezza irregolare delle lettere, produzione di lettere atipiche); lettura (elaborazione delle informazioni visive, abilità oculo-motorie come ad esempio i movimenti saccadici ed i movimenti di inseguimento); nella comprensione del testo e nella geometria (difficoltà nel riprodurre figure geometriche e nell’utilizzo dei quadretti).

La DisprassiaLeggi⌄

La disprassia (dal greco πράσσω = fare, quindi dis-prassia = incapacità di fare) è un disturbo che riguarda la coordinazione e il movimento e che può comportare problemi anche nel linguaggio. Difficoltà di coordinazione motoria e componenti disprattiche di diversa entità sono presenti nel 5-6% della popolazione scolastica (nel 2% in forma severa).
Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) colloca la disprassia nel quadro del disturbo evolutivo della coordinazione motoria, il cosiddetto DCD (Development Coordination Desorder).
L’ ICD-10 (International Classification of Diseas) inserisce la Disprassia fra i Disturbi Evolutivi Specifici della Funzione Motoria (F 82).
I soggetti colpiti da questi disturbi non riescono a compiere movimenti intenzionali in serie o in sequenza per programmare e portare a termine un’azione, secondo degli obbiettivi predefiniti; essi hanno bisogno di pensare alla pianificazione dei movimenti che hanno difficoltà ad automatizzare.
La disprassia abbraccia diversi aspetti, sia quelli strettamente legati alla coordinazione motoria, sia aspetti che investono le diverse funzioni adattive durante i vari stadi dello sviluppo, che possono determinare serie difficoltà nelle Attività della Vita Quotidiana, come: il vestirsi e svestirsi (disprassia dell’abbigliamento), l’allacciarsi e slacciarsi le scarpe, mangiare, l’usare gesti espressivi per comunicare particolari stati d’animo o veri e propri deficit durante le attività scolastiche; tra questi possiamo evidenziare difficoltà di scrittura (disgrafia) o di lettura, spesso per lentezza e difficoltà di decodifica a causa di deficit della coordinazione dei movimenti di sguardo (disprassia di sguardo).
I bambini disprattici risultano molto sensibili al tatto, alla luce, a rumori intensi e spesso presentano difficoltà alimentari ovvero sono molto selettivi nel tipo di alimentazione.
Si deve inoltre considerare la difficoltà a livello gestuale: gesti transitivi, (uso finalizzato degli oggetti) ed intransitivi, (gesti simbolici). Tale difficoltà è correlata a disturbi dell’organizzazione di movimenti degli arti superiori, delle mani e delle dita. A tali difficoltà spesso si associa deficit della funzionalità dell’apparato fonatorio, oro facciale e deficit della articolazione e coarti colazione che può determinare disprassia verbale, ovvero assenza di linguaggio inteso come produzione verbale.
E’ inoltre presente nella maggioranza dei casi ipotonia degli arti superiori, che risulta particolarmente marcata a questo livello, rispetto all’ipotonia generalizzata e degli arti inferiori.
Spesso sono associati disturbi percettivi e visuospaziali, problemi di attenzione e di comportamento, ed anche problemi di apprendimento.
Nel bambino disprattico si riscontra una difficoltà di pianificazione, ad avviare i programmi, a prevedere il risultato, a controllare le sequenze e l’intera attività, a verificare e eventualmente correggere il piano d’azione.
Ecco alcuni esempi di difficoltà che possono evidenziare:

  • allacciarsi le scarpe;
  • abbottonarsi;
  • scrivere;
  • disegnare;
  • copiare, scrivere;
  • assemblare puzzle;
  • costruire modelli;
  • giochi di pazienza;
  • giochi di costruzione;
  • giocare a palla;
  • lanciare ed afferrare una palla;
  • fare attività sportive;
  • comprendere percorsi;
  • nel linguaggio: articolazione di parole, fonemi;

All’osservazione può presentare:
goffaggine: caratterizzata ma movimenti impacciati, alterati nelle sequenze temporali, maldestri e poco o affatto efficaci;
posture inadeguate, dipendenti da scarsa consapevolezza del proprio corpo, le quali interferiscono sia sul mantenimento di un buon equilibrio sia sulla coordinazione del movimento;
confusione della lateralità con difficoltà ad orientarsi nello spazio e di trovare il proprio posto in una situazione nuova;
problemi di consapevolezza del tempo con difficoltà nel rispettare gli orari e nel ricordare i compiti nella giornata;
ipersensibilità al contatto fisico e problemi a portare vestiti in modo confortevole;
problemi nell’eseguire alcune attività fisiche come correre, prendere ed usare attrezzi, tenere la penna e scrivere;
ridotto sviluppo delle capacità di organizzazione, con conseguenti evidenti difficoltà nell’eseguire attività che richiedono sequenze precise;
facile stancabilità;
scarsissima consapevolezza dei pericoli;
comportamenti fobici, compulsivi ed immaturi.

Per un approfondimento potete consultare questa libretto-disprassia-aidee.

Il Disturbi da Deficit di Attenzione/IperattivitàLeggi⌄

L’ADHD o disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività (DDAI acronimo italiano) è un disturbo neurobiologico con esordio nell’infanzia, caratterizzato da iperattività afinalistica, impulsività e da una marcata difficoltà nell’orientamento e nel mantenimento dell’attenzione che riducono o interferiscono con il funzionamento scolastico, sociale e lavorativo dell’individuo (A.P.A., 2013).
Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino a regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

  • La disattenzione si manifesta attraverso la divagazione da un compito, la mancanza di perseveranza e di organizzazione (es. svolgimento dei compiti a casa).
  • L’iperattività si esprime attraverso un’eccessiva loquacità e attività motoria come se il soggetto fosse guidato da un “motorino che non si scarica mai”.
  • L’impulsività, presente a causa del forte bisogno di avere una ricompensa immediata e dall’incapacità di ritardare la gratificazione (Barkley, 1997), si accentua con l’inizio dell’adolescenza e si manifesta attraverso azioni affrettate e non premeditate che possono compromettere l’incolumità dell’individuo in quanto è inconsapevole delle conseguenze delle proprie azioni pericolose.

Nei bambini possono evidenziarsi difficoltà in tutte le attività in cui sono richiesti degli sforzi cognitivi prolungati, all’interno del contesto scolastico e familiare si rilevano infatti una marcata difficoltà nel seguire le regole, lentezza ed incapacità nel capire ed eseguire determinate richieste (non è infrequente infatti che chiedano più volte la stessa informazione) e, nei giochi o nelle attività sociali, difficilmente riescono ad attendere il loro turno e frequentemente interrompono gli altri senza riuscire a cogliere i limiti e i confini dell’interazione sociale. Inoltre, è molto frequente una disorganizzazione generale che comporta il danneggiamento e lo smarrimento di materiale scolastico e di oggetti personali e, data la facile distraibilità a causa della grande difficoltà nel gestire l’attenzione, è molto frequente che, durante un compito, distolgano lo sguardo perché facilmente distraibili da stimoli apparentemente irrilevanti.
Diversi studi sostengono che l’ADHD, sia causata prevalentemente da un deficit delle funzioni cognitive superiori responsabili della gestione delle azioni e dei comportamenti a causa di un malfunzionamento del metabolismo della catecolamine (dopamina, adrenalina e noradrenalina) e dalla carenza di dopamina nella corteccia prefrontale e nelle strutture corticali (Shalice, 1969; Denckla 1996, Barkley, 1997)
Secondo alcuni studi scientifici longitudinali, l‘ADHD è una patologia che è presente per tutto l’arco della vita dell’individuo poiché il nucleo psicopatologico centrale tende a rimanere stabile nel tempo, pur manifestandosi attraverso sintomi diversi (Turgay et al., 2012; Klein & Mannuzza, 1991; Mannuzza & Klein, 2000,). Questa caratteristica espone i soggetti con tale diagnosi ad un rischio 5 volte maggiore rispetto alle persone neurotipiche di sviluppare un disturbo da abuso di sostanze, disturbi di personalità (soprattutto del cluster B) e altri disturbi psichiatrici (Levin & Kebler, 1995; McArdle, O’ Brien e Kolvin, 1997).
Il trattamento dell’ADHD è mirato alla riduzione dei sintomi e al buon inserimento del soggetto nel suo ambiente di vita. Per raggiungere tale obiettivo, oltre una buona collaborazione da parte del contesto scolastico, viene effettuata una terapia psicologica di tipo cognitivo comportamentale mirata alla gestione delle emozioni del soggetto e allo sviluppo di strategie comportamentali mirate all’aumento delle capacità di autocontrollo a volte in associazione ad una  terapia farmacologica nei soggetti più compromessi.

Il ritardo psicomotorioLeggi⌄

Il ritardo psicomotorio è sinonimo di ritardo globale dello sviluppo.
Lo sviluppo globale del bambino è strettamente connesso all’interazione tra le richieste dell’ambiente e le trasformazioni della struttura cerebrale; tale interazione permette lo sviluppo di “appuntamenti evolutivi”.
Gli appuntamenti evolutivi o di sviluppo, sono scadenze entro cui il bambino deve acquisire la consapevolezza dei propri bisogni e le regole dei meccanismi e dei processi necessari per assolverli. “Gli appuntamenti funzionali sono scadenze in cui differenti competenze evolutive individuali, neuromotorie, cognitive e relazionali e risorse ambientali, familiari e sociali, devono confluire per la realizzazione delle funzioni critiche dello sviluppo. Può essere sufficiente la mancanza dell’appuntamento di un solo requisito per bloccare una competenza motoria già pronta” (Papini ed Allori, 1999).
Dunque, il ritardo psicomotorio può essere definito come la mancata acquisizione delle competenze motorie, cognitive e comunicative in relazione all’età cronologica; un ritardo armonico di tutte le funzioni adattive. Si configura come un insieme di manifestazioni cliniche dovuta a patogenesi eterogenea con evoluzione diversificata a seconda delle difficoltà che permangono durante la crescita.

Le patologie neuromuscolariLeggi⌄

Le malattie neuromuscolari sono malattie con decorso progressivo per degenerazione del muscolo (miopatie) o per degenerazione del sistema nervoso periferico (neuropatie), che, a seconda della forma clinica, portano alla graduale perdita di forza, autonomia e capacità vitali.
Le malattie neuromuscolari comprendono un ampio spettro di patologie, ad esordio e decorso variabile, che colpiscono primitivamente uno dei componenti dell’unità motoria (secondo motoneurone, placca neuromuscolare e muscolo).
Vi è una classificazione di tali malattie (SIMFER, 2003):

  • atrofie muscolari spinali
  • neuropatie sensitivo-motorie periferiche
  • sindromi miasteniche congenite
  • miopatie (distrofie muscolari, distrofie muscolari autosomali recessive, distrofie muscolari autosomali dominanti, sindromi miotoniche, miopatie congenite, miopatie metaboliche.

Ai fini riabilitativi e quindi per avere utili indicazioni sul tipo di trattamento da effettuare, può essere utile suddividere le malattie neuromuscolari in:

  • malattie congenite a danno primario del muscolo (distrofie muscolari)
  • malattie congenite a danno secondario del muscolo (amiotrofie muscolari).

Gli esami genetici permettono l’identificazione e la differenziazione tra le diverse forme, quindi la diagnosi è clinica e strumentale, necessaria ai fini prognostici e riabilitativi.

La valutazione neuro-psicomotoriaLeggi⌄

Si effettuano valutazioni neuro-psicomotorie, interventi di prevenzione, terapia e riabilitazione per i disturbi di coordinazione motoria, disprassia, disgrafia, disturbi visuo-spaziali, deficit delle funzioni esecutive.
La valutazione neuro-psicomotoria, effettuata attraverso l’osservazione e la somministrazione di test standardizzati, è rivolta ai bambini (da 0 a 18 anni) con problematiche evolutive legate alla sfera motoria, comunicativa, relazionale e attentiva. Mira ad ottenere un profilo delle competenze acquisite e delle abilità emergenti nelle diverse aree indagate.
Si effettuano interventi per:

  • disturbi pervasivi dello sviluppo e della regolazione emotivo-comportamentale
  • ritardo mentale
  • ritardo psicomotorio
  • disturbi della coordinazione motoria (impaccio, maldestrezza, disprassia)
  • disturbi neurologici (pci, paralisi ostetriche)
  • iperattività, disturbo dell’attenzione
  • disturbi di apprendimento
  • patologie neuromotorie
  • difficoltà visuo-spaziali e visuo-percettive