L’aggressività dei bambini spiegata ai grandi

rabbia1Nell’etimologia della parola aggredire, dal latino ad gredi, oltre al termine utilizzato correntemente, con un connotato negativo, e che si riferisce all’azione di “attaccare”, si nasconde un significato relativo all’azione di “andare”, “avanzare”, “cercare di ottenere”.

L’aggressività rappresenta infatti una parte fondamentale della natura umana, e’ una pulsione funzionale ai bisogni di crescita del bambino, promuove il movimento verso l’autonomia, l’esplorazione e la motivazione, fattori necessari allo sviluppo di sé e al raggiungimento dei propri obiettivi.

Possiamo considerare l’aggressività infantile come una modalità comunicativa e di crescita che si trasforma ed evolve in relazione alle tappe evolutive dello sviluppo del bambino e pertanto deve essere valutata in relazione alla sua età.

Nei primi mesi di vita il neonato rappresenta il mondo e se stesso in termini prevalentemente somatici. Per poter sviluppare un “Sé psicologico” (“Sé riflessivo”) il bambino necessita di una relazione con una persona che rifletta il suo stato mentale e pensi a lui considerandolo un essere pensante.

Durante il primo anno di vita l’aggressività (che si manifesta soprattutto con pianti e urla), è una modalità specifica di contrastare le frustrazioni e di dare spazio alla tendenza esplorativa; nel primo
caso si può connotare come rabbia in reazione al non poter ottenere subito ciò che desidera.

La capacità di aggredire l’ambiente diventa quindi fondamentale per la costruzione dell’identità e della sicurezza interiore, in quanto il nucleo portante della nostra identità si costituisce nei primi anni di vita all’interno della relazione con l’ambiente, ed il senso profondo di sicurezza, forza e integrità si consolida nel saper chiedere e prendere ciò di cui abbiamo bisogno.

Tra i 18 e i 36 mesi il bambino inizia ad esprimere rabbia per le frustrazioni a seguito del riconoscimento della differenza tra me e non me. E’ possibile che inizino calci, pugni e morsi verso giocattoli, adulti o compagni e che questi gesti spaventino gli adulti preoccupati per lo sviluppo futuro del proprio figlio. In realtà questo passaggio fa parte della crescita sana del bambino se non diventa una consuetudine e se riesce ad essere contenuto dall’intervento degli adulti: è importante consentire al bambino di esprimere la propria rabbia, di riconoscerla ma soprattutto va insegnato come gestirla in maniera funzionale e non distruttiva.

I genitori hanno quindi un ruolo fondamentale nell’apprendimento da parte del bambino della regolazione della propria aggressività. Sarà proprio grazie alla capacità dell’adulto di riflettere sui vissuti emotivi del proprio figlio, interpretandoli e comprendendo le sue intenzioni, che il bambino potrà  acquisire un modello di funzionamento riflessivo.

Il bambino avrà in questo modo la possibilità di costruire un’immagine positiva di sé e di incanalare la propria aggressività facendo diminuire gli agiti sugli altri.

rabbiaLa trasformazione, dall’azione al pensiero, è fondamentale perché consente al bambino di accettare l’emozione come parte di sé e di conseguenza di controllarla come avviene attraverso il gioco ed il sogno, poiché questi momenti permettono di rappresentare ad un livello simbolico i piccoli conflitti interiori.

Il disagio nel bambino e negli adulti che lo circondano nasce nel momento in cui la rabbia viene totalmente inibita o diventa del tutto incontenibile tanto da esplodere fuori da ogni controllo. In queste situazioni bisogna tenere a mente che quando un bambino aggredisce si sente egli stesso soppraffatto dal dolore per aver ricevuto un rifiuto o per la frustrazione di un bisogno, ma non ha ancora sviluppato la capacità di pensare questo stato emotivo nè possiede la maturità verbale per esprimerlo e si ritrova investito da una mole di emozioni che non è in grado di gestire. Dietro il comportamento aggressivo si nasconde sempre il desiderio di attenzione e di ascolto.

E’ importante sapere che prima di potere incanalare le tendenze aggressive il bambino deve imparare a riconoscerle dentro di sé. Questo avviene iniziando a “dare un nome” ed un significato alle azioni che mette in atto, trasformandole prima in emozioni, poi in sentimenti ed intenzioni.
Il controllo delle emozioni è considerato cruciale per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini. Se reazioni di rabbia, istintive e intense, possono essere frequenti nei primi anni di vita, tendono poi a diminuire in età scolare, perché all’età di sei-sette anni i bambini sviluppano altre abilità, cognitive e linguistiche, utili per gestire il proprio stato emotivo. Secondo uno studio pubblicato su Child Development, le competenze linguistiche aiutano i più piccoli a sviluppare maggior autocontrollo. Abilità che si acquisisce imparando a esprimere con le parole gli stati emotivi.

L’aggressività è pertanto un impulso da educare e non da coartare in quanto non sviluppando la capacità di gestire tale pulsione il bambino tenderebbe istintivamente ad esplosioni di rabbia, fino ad indirizzare tale energia verso se stesso o verso gli altri. Ecco che quindi, in momenti di crisi o di opposizione, tale comportamento potrebbe innescare la tendenza all’autolesionismo (come sbattere la testa contro il muro, o sbattersi oggetti addosso), chiara indicazione di una non adeguata interiorizzazione e consapevolezza nel bambino del concetto di limite e di pericolo. L’aggressività nel bambino è un nucleo di energia che non ha di per sé un connotato negativo ma va gestita grazie alla mediazione dei genitori.

  1. Annalisa left a comment on 10 Agosto 2017 at 6:51

    Questa mediazione da parte del genitore,più dettagliatamente,in cosa consiste?

  2. Silvia left a comment on 10 Agosto 2017 at 8:12

    Ok, tutto chiaro.. Ma se si tira i pugni in testa all’età di due anni, come faccio a farglielo capire che è il modo sbagliato di sfogare la rabbia?

    • Stefania Lombardo left a comment on 19 Settembre 2017 at 18:15

      Gentile Silvia,
      Scusi il ritardo nella risposta.
      Al secondo anno di età il bambino entra in una fase particolare, non è un caso che molti definiscono i due anni del bambino come “i terribili due”. Detto questo bisogna capire quando si verificano questi momenti di “autoaggressivita” quali sono i motivi che provocano tali manifestazione e che tipo di risposte vengono fornite da voi.Potete fare un’osservazione di quanto accade e se vi fa piacere condividerla, scrivendomi qui oppure all’indirizzo stefanialombardo@gmail.com

  3. Giulia left a comment on 22 Febbraio 2018 at 18:46

    Buonasera, si parla sempre di esternazione di rabbia, ma raramente un accenno sul bambino che non esterna la rabbia, nel caso di mio figlio (5 anni), la rabbia verso gli altri bambini è assente, è accondiscendente o tenta una timida difesa col dialogo non corrisposta dai coetanei. Hai il terrore di disobbedire alle maestre, di sbagliare o delle punizioni (mai ricevute perché oltretutto non ce ne è mai stato bisogno). Ha felle stereotipie motorie ed ha un QI di 110-120 secondo la valutazione di un anno fa.

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